Questa straordinaria distesa di gnocchi rigorosamente fatti a mano, rigorosamente cosparsi di farina di semola, come la mia Amica mi ha insegnato, hanno costituito una parte del semplice menù della Cena a sei mani, svoltasi ieri sera. Certo, non son qui per dare la ricetta dei gnocchi (che poi si dice degli gnocchi, ma in Lombardia, signora cara che fa quella faccia inorridita, si dice dei e allora mi lasci andare avanti e non interrompa, lo so che è un errore di grammatica, ma io lo chiamo lombardismo e va bene così). A farli è semplice, meglio se in compagnia, e far scivolare la pasta sulla forchetta, per fare le righine, è un gesto che mi ricorda mia nonna, e per questo mi piace. Il condimento potrà essere, a scelta, un buon pesto, una salsina ai quattro formaggi ( sì lo so, è un sugo pronto, ma insomma, non ce la facevamo a fare tutto), e il mitico ragù. E' stato un vero trionfo. E dato che ho già fatto un errore di grammatica, stavolta mi lascio proprio andare e insieme all'errore ci metto anche un tocco di elegante, impercettibile volgarità: per fare dei gran gnocchi bisogna essere delle gran. Ah, signora mia, per una volta, c'è arrivata anche lei! 27 gennaio 2007
Che gnocchi!
Questa straordinaria distesa di gnocchi rigorosamente fatti a mano, rigorosamente cosparsi di farina di semola, come la mia Amica mi ha insegnato, hanno costituito una parte del semplice menù della Cena a sei mani, svoltasi ieri sera. Certo, non son qui per dare la ricetta dei gnocchi (che poi si dice degli gnocchi, ma in Lombardia, signora cara che fa quella faccia inorridita, si dice dei e allora mi lasci andare avanti e non interrompa, lo so che è un errore di grammatica, ma io lo chiamo lombardismo e va bene così). A farli è semplice, meglio se in compagnia, e far scivolare la pasta sulla forchetta, per fare le righine, è un gesto che mi ricorda mia nonna, e per questo mi piace. Il condimento potrà essere, a scelta, un buon pesto, una salsina ai quattro formaggi ( sì lo so, è un sugo pronto, ma insomma, non ce la facevamo a fare tutto), e il mitico ragù. E' stato un vero trionfo. E dato che ho già fatto un errore di grammatica, stavolta mi lascio proprio andare e insieme all'errore ci metto anche un tocco di elegante, impercettibile volgarità: per fare dei gran gnocchi bisogna essere delle gran. Ah, signora mia, per una volta, c'è arrivata anche lei! 26 gennaio 2007
Spettacolare.

C'è ben poco da star lì a fare quella faccia. Va bene, si capisce lontano un chilometro, questa fotografia non l'ho fatta io e allora? Sì, lo so, faccio pietà, la foto delle frittatine a stella faceva paura e malinconia, lo so da sola, e con ciò? Son forse qui a voler dare lezione di fotografia a destra e a manca? Faccio per caso Doisneau di cognome? No, e allora, mettetevi il vostro bel cuoricino in pace, non imparerò mai. Ciò detto, veniamo alla torta. E' semplice e sarda. E t'ho detto tutto. E buona, buona, buona. Senza nemmeno lo spettro di un mezzo cucchiaino di burro e/o olio. Che di questi tempi, di tentativi scellerati di una parvenza di controllo calorico, direi che è puro lusso. In più, ho sperimentato con enorme successo una teglia di quelle gommose e mollicce, che mi ha regalato la mia amica Natalia, che delle torte è regina indiscussa. Il procedimento per la medesima torta è banale, come potrebbe essere diverso da così? E' tutto per 3.
300 gr di farina
300 gr di ricotta
un limone grattuggiato
una bustina di lievito per dolci.
Fine delle trasmissioni. Si scelga una teglia consona all'evento e l'operazione torta di ricotta, in meno di mezz'ora di forno a 180 gradi, potrà dirsi felicemente conclusa.
Resta però, un dilemma. Come ripagare l'Esimio Fotografo, per aver immortalato con siffatta maestria la mia umile opera? Ma come, due le unità di misura: fette di torta e baci. E a multipli di tre, lo ben si ricordi.
25 gennaio 2007
Sì, vabbè.

Chi mai vorrò turlupinare? Giurin giurello, nessuno al mondo. Però, devo dire che questa pietanzina estemporanea, in questi giorni di casalinghitudine forsennata, mi ha dato la mia bella fettina di soddisfazione, non proprio l'ego a mille, ma giù di lì. Non molto distante da una frittata, non troppo vicina ad una torta salata. E infatti, udite udite, la frolla non c'è, cosa credevate. Spinaci e feta, cara la mia signora, mica stiamo qui a raddrizzar banane, sa? E uova e parmigiano, solo un ombra, per carità, che già la feta è così salata di suo, non lo sapeva? Se poi vuole dare un tocco di meraviglia all'insieme testè proposto (che non si dimentichi di infornare, a 180 gradi nel suo bel forno lindo e immacolato, per una ventina di minuti) beh, ci può fare le formine. Ma quale secchiello, e quale paletta, suvvia, non siamo mica a Spotorno! Lei faccia come le dico e vedrà che non si troverà male. Prenda le formine dei biscotti, a stelle e cuori, magari, le più graziose, meglio a cuori, per San Valentino, lei ha la faccia di una che lo festeggia con le rose. Va bene, prenda queste benedette formine e, raffreddata questa deliziosa tortina, ci faccia le forme che le piacciono di più. Suo marito potrà dire, Ma Sempre la Solita Frittata, ma lei, sagace, le metterà sotto il naso un trionfo di roselline e cuoricini da perderci il senno. Vedrà, vedrà.
18 gennaio 2007
Macchina per ...torte???

Un'emozione vera. Fare una torta con la Macchina del Pane, ma chi ci aveva mai pensato prima? Così, leggendo distrattamente il libriccino delle istruzioni, cercando tutt'altro, ecco che mi sono detta: le mandorle, le ho, le gocce di cioccolato, pure, lo zucchero di canna, lo stesso, che cosa mi impedisce di fare questa tortina leggera? Forse il fatto che non ho i canditi d'arancia, ma che fa, ho comprato una manciata di fialette, l'altro giorno, limone, amaretto, vaniglia, ci sarà pure l'arancia, no? E così, ficcata la testa nella dispensa e verificate le disponibilità di magazzino, via, sono partita. La torta è buonissssssssima, echevvelodicoaffare. Arancia e cioccolato, per il quale connubio farei davvero delle follie. Sì, va bene, dieta delle intolleranze, e niente farine e bla e bla e bla. Ma signora mia, dove c'è gusto non c'è perdenza e che male può avermi fatto una microfettina delle dimensioni di un uovo? Assaggiata io l'ho e mi sono fatta i complimenti da sola, specchiandomi nello sportello del forno. E a lei, la Macchina del Pane e delle Torte, un bacino sull'oblò. Ma aspetto un pò, che si raffreddi per bene.
13 gennaio 2007
Brioscè, olè.
Che notte, signora mia, che notte. Ieri sera, intorno alle 11, nessuna voglia di andare a dormire, pregustando un week end tranquillo all'insegna del Faccio Solo Le Cose che Mi Piacciono, ecco la folgorazione. Farò un pan brioche per la colazione di domani. Più facile a farsi che a dirsi, con la mia magica Macchina Del Pane, il cui acquisto ha determinato, insieme al Kitchen Aid, un bel salto di qualità per la mia cucina direi normale, fino a poco tempo fa, ed ora fantasmagorica, scintillante e scoppiettante di cose buonisssssssssime. Bene, il pane che ne è scaturito alle 1,30 circa ora locale, e che ha inondato la casa del profumo che si sente solo in prossimità delle pasticcerie, non ha nulla da invidiare al Brioscè del Mulino Bianco che si compra al super. Anzi, è più buono. Croccante fuori e sofficissimo dentro. Dato la delicatezza dell'operazione mi vedo costretta, mio malgrado, a dare le dose per filo e per segno, cosa che faccio raramente perchè non sono una cuoca, non ho voglia di esserlo, mi piace fare esperimenti e basta. Allora, si prenda la macchina del pane e la si disponga sul piano di lavoro. Dopodichè, avendo avuto cura di inserire la spina nalla corrente, disporre nel cestello e nell'ordine che segue gli ingredienti che vado ad illustrarvi testè:10 gennaio 2007
Con tutto il.

Beh, non si capisce mica tanto di che cosa si tratta. O meglio, si trattava. Una deliziosa torta fatta a cuore, ecco che cos'era. E dico era perchè qualcuno ci ha affondato il coltello prima ancora che io potessi immmortalarla, con la mia modesta dote fotografica. ma si intuisce, nevvero. E se ci si avvicina un pochino col naso allo schermo, si sente anche il profumo di agrumi. Essa, la torta, si chiama infatti Torta di Yogurt Leggera all'Aroma di Agrumi, e si fa pressappoco così.
07 gennaio 2007
La panetteria.

Non è mistero per nessuno. Possiedo una macchina per fare il pane. In realtà l'ho sempre guardata con un pò di diffidenza, pensvo si trattasse di una specie di aggeggio per persone un pò fissate, è così comodo comprare il pane in panetteria, mi dicevo, che gusto ci sarà mai a farselo da soli. Sbagliavo. Ignoravo. Non comprendevo. Qualche mese fa, ecco l'illuminazione. Da allora, signora mia, è tutto un fare pane e fare pane e pasta per la pizza e pane alle noci, e pane integrale e pane al farro, e pane al curry, insomma, il delirio. Mi riesce benissssssssssimo. Soprattutto quello alle noci, che si sposa benissimo con un'assiette di formaggi francesi. E ieri, ho sperimentato i suddetti formaggi con una ricetta di pane al cacao da perderci la testa. Matrimonio riuscitissimo. Ricette recuperate sul Sacro Testo della Macchina del Pane, scaricabile qui (www.farwest.it/varie/gielleffe.zip). Peccato che per un bel pò, dopo gli stravizi delle feste, non se ne potrà mangiare neppure una fettina. Beh, pazienza. Vorrà dire che verrò a guardarmi la foto. Che non è male, vero?
19 dicembre 2006
La biscotteria.
Non che in questi giorni non cucini, certo che no. Anzi, ho passato un week end di delirio culinario, la domenica, soprattutto, con un tempo da lupi che non invogliava a fare niente di niente. Cucino, certamente, ma è complicato fotografare e documentare, magari quando hai ospiti, e metterti lì, la tavola preziosa, le candele e tutto il resto, con la tua bella macchina fotografica a dire all'arrosto, fermo così, sorridi. Mi rifarò nelle vacanze. Intanto, questi biscottini, opera mia e dell'infanta, su ricetta di Kjaretta, lei, che le dosi e i procedimenti li scrive con precisione millimetrica e poetica, perchè no. Sono alla cannella, buonissimi e molto, molto natalizi. A qualcuno l'Infanta ha fatto un buchino, passato un nastro rosso e portati a scuola. Una domenica di biscotti è quanto di più rilassante si possa trovare, in giorni frenetici di quasi Natale, profumo di buono e fuori che piove. 11 dicembre 2006
Fuori programma.

Il sapere delle nostra Maestra và oltre. Oltre i termini impropri, oltre l'accento argentino, oltre i participi passati non sempre perfetti. Oltre, insomma. Noi la adoriamo e ci comincia un pò a dispiacere che la prossima di Santa Lucia sia l'ultima lezione. Ma già meditiamo di iscriverci in massa al corso avanzato. L'altra sera la Maestra, contravvenendo al regolamento (!), nonostante la lezione sui primi l' avessimo già fatta e il riso pure, ci ha regalato una chicca per le occasioni speciali. Quando cioè uno ha qualche biglietto da 50 euro che sonnecchia beato in fondo al portafoglio e che proprio non sa che farsene, quando, e vado a caso, si ha una cena importante, o si è soli col propio sposo/amante/marito/fidanzato, o se si vuole fare un terno secco sul vicino di casa testè arrivato nel nostro palazzo e niente, niente, niente affatto male. Barolo, signori cari, Barolo. Col riso, perlopiù. Secondo la dottrina della Maestra le bottiglie dovranno essere due: una per cucinare e l'altra da sorseggiare con grazia e mestiere durante la cena. Servirà uno scalogno, il solito olio, il solito soffritto, 2 chiodi di garofano, pepe, rosmarino e alloro. Si comincia a fare il riso normalmente, bagnando col vino bianco. Poi, si riduce il barolo, a fuoco basso, e lo lego con farina e burro. So che è complicato, ma si renda conto signora, io vado a scuola per imparare queste meraviglie, posso perdere il mio tempo a spiegare a lei che cosa è il roux? E la mirepois? Via, non diciamo fesserie. Una volta che il mio barolo è diventato una specie di vino cotto, cioè si è, come spiegare, un pò consumato, ecco che, avendo messo il riso nel piatto e avendo fatto una specie di piccola culla con il mestolo, ce lo piazzo all'interno. E dato che non mi faccio mancare niente, ecco che lo ricopro con due fettine di lardo di Colonnata e lo servo, con sguardo da gatta. Al mio vicino verrà un colpo. A mio marito, pure. Anche perchè, all'enoteca, ho usato la sua carta di credito.
Maiale a me?

Sissignori, questo l''ho fatto io. Spazzolato in men che non si dica. E' stato un week end proficuo. Desperate Housewife sono delle Benemerite Nessuno al mio cospetto. Ho ricamato e cucinato, cucinato e ricamato. Da perdere la testa, o da sbatterla contro il muro, a scelta. In più, servizio catering verso il Canavese. Gli amici, annusati i risultati che la mia Amica ed io otteniamo a scuola, organizzano cene a profusione. E lì, ci si lancia in agrodolci "particolari", in muffin senza forma e cake un pò crudi, ma basta una ripassata in forno e vengono che è una meraviglia, non lo sapeva? Il mio filetto di maiale, invece, costituiva il pranzo domenicale. Il segreto è avvolgere le fettine di maiale in fettine di lardo. E adagiarlo, bello sereno, in un letto di patate sbiancate ( eh sì, signora, scusi tanto, ma le patate van sbiancate, non bollite e non cotte, men che meno crude, sbian-ca-te!). Le voraci boccucce faran sparire il vostro piatto in poco meno di dieci minuti. E voi sarete, manco a dirlo, soddisfatte, compiaciute e serene. Come il maiale, per l'appunto.
Messer Filetto.
Stavolta, carne. Alla lezione di cucina, intendo. una lezione diciamo un pò diversa, dato che l'ancella Lara era assente giustificata, una brutta influenza, signora mia, è frutto di stagione. La Maestra ci ha deliziato col suo sapere in fatto di carne e affini, propiziandoci lì per lì, una ricetta di brasato al Barolo per serate speciali. Léggere in seguito gli ingredienti. Molto interessante. Anche se tra noi c'è qualche vegetariana che ha resistito stoica e convinta, ferma nelle sue posizioni. ma forse, la sua mente era altrove, non già al filettuccio castello quanto all'esame di Procuratore 8o da Avvocato?), che dovrà sostenere nei giorni a ridosso di Santa Lucia. ma noi, suoi compagni di cucina, la penseremo tanto, anche se non potrà essere ai frizzi e lazzi dell'ultima sera, appunto, il prossimo mercoledì. Orbene, si parlava di filetto. Delizioso e piuttosto semplice. Soprattutto il barbatrucco di aggiungere tra le fette un mix di pangrattato, pecorino, pomodorini secchi, salvia e rosmarino. Già testato a casa. un delirio. "Abbiamo ben speso i nostri soldi", commentarono lo sposo e i figlioli. E mai commento fu più gradito.30 novembre 2006
Nè carne nè pesce.

Beh, no, direi che è stato pesce. In realtà, la Lezione Numero Tre dell'ormai famoso Corso di Cucina doveva basarsi sulla carne, ma com'è, come non è, si è preferito scambiarla con la Lezione Numero Quattro e parlare di pesce. La classe sta diventando un pò turbolenta e distratta, si capisce. La prima sera eravamo silenziosi e attenti, la seconda un pò meno, la terza abbiamo chiacchierato allegramente di cose qualsiasi, spinando orate con rara maestria (in realtà le povere orate erano più scarnificate che sfilettate, ma insomma, siamo alle prime esperienze), tritato prezzemolo col coltello mica con la mezzaluna (orrore), e imparato i primi rudimenti di cucina giapponese, con un tempura degno di Nobu. Beh, personalmente mi diverto un sacco. La Maestra e la sua Ancella sono dotate sì di gran mestiere ma anche di infinita pazienza. E noi, devo dirlo, di grande passione. E di curiosità. E fa niente se ieri sera siamo rientrati olezzanti di olio d'oliva, tanto che il mio sposo mi ha chiesto se per caso non avessi marinato la scuola di cucina per recarmi, nottetempo, alla Sagra del Pesce, di quelle che si fanno in Liguria a ferragosto, con i piatti di carta e i totani e padelloni di olio bollente, ballo a palchetto e pesca di beneficenza. Ma sotto sotto era felice. Ha la prova tangibile che la Scuola non è una scusa. Peggio sarebbe se arrivassi profumata di Vetyver. Il fritto, signora mia, che grande invenzione.
26 novembre 2006
Compiti a casa.
Ma lei la frolla per la torta salata, quella per i picnic fuori porta e per far mangiar le verdure ai figlioli, la compra ancora? Che volgare, signora mia, ma tutto le devo insegnare, proprio tutto? La frolla salata, cara la mia bella Signora NonSoNienteDelMondo, si fa a mano, con la farina e il burro e tutti i suoi begli ingredienti ben dosati. Basta con le varie Buitoni, Vallè e la marca sconosciuta del discount (un pò asciuttina, c'è da dirlo), ora si và di mattarello. E poi, anzichè le striscioline, che oramai hanno stufato, si fanno dei graziosi decori con il tagliabiscotti, cuori e stelle o quel che vuole. Una torta salata Zen. Testè imparata alla Scuola di Cucina. La mia Maestra sarà soddisfatta della sua scolara diligente. Come faccio a conoscere tutte le marche di pasta frolla? E ad essere azionista di maggioranza alla Buitoni? Beh, diciamo che è un segreto. Presto svelato dal fatto che, nel Basso Piemonte, la Buitoni registrerà un inspiegabile picco negativo di vendite. E chi mi ferma più. E lei, signora mia, si informi un pochino. E' sicura che tutte 'stè fiction non le brasano il cervello?L'oggetto del desiderio.

Lo so. La foto è una meraviglia, ma non è faina del mio sacco, ma farina del mio sposo, anche se io mi ostino a dire che con un apparecchio fotografico come il suo dotato di millecinquecento robini da girare, fasare e regolare, sarei brava anche io. Ma la cosa non mi tocca, pazienza, non so fotografare, fine. Và detto che da sabato ho un amico. E' tosto, rosso, pesante e fa un sacco di cose. Si chiama Kitchen Aid, e ha turbato non poco i miei sonni delle ultime settimane, per una serie di motivi. Primo fra tutti, "perchè" lo desiderassi con siffatta intensità. Presto detto: quello che ho ha ormai raggiunto l'età della quiescenza, con tanto di targa ricordo dopo anni di onoratissimo servizio. E, secondo, "perchè" sono così felice di averlo, adesso che è lì, a far bella mostra di sè nella mia cucina. Sarà grave? A poco più di quarant'anni, sarà l'inizio della fine a sentirsi così contenta per aver acquistato, parliamoci chiaro, un frullatore? Starò diventando come quelle casalinghe frustrate, che trovano l'espressione massima del loro esistere osservando gli albumi montati a neve ben ferma, sentendosi, voilà, la Nigella Lawson del quartierino? Risposta non ho. Insomma, ho comprato il mio bel KA, ho raccontato qui le sue primissime ore di vita a casa nostra e sono in pace. Nulla di più. Per la malattia che ho contratto, beh, mi farò vedere da uno bravo. Nel frattempo, per mettermi alla prova, proverò a desiderare intensamente una bella Vuitton in edizione limitata, facciamo argentea, che è così di moda. Anche questo mi esalta, allo stesso modo. Quindi non desidero solo frullatori, quindi non sono malata, quindi è tutto a posto. Per la carta di credito un pò meno, ma insomma, non andiamo tanto per il sottile. Meglio spendere soldi in oggetti di culto, che in medicine, non è così?
E voilà, la ricetta.
Dovete avere in casa 250 grammi di farina e 2 cucchiaini di lievito. Due banane che si sono stufate di stare nel cestino e 150 grammi di mirtilli, freschi o surgelati va bene uguale. Il miele, 3 cucchiai e 3 cucchiai anche di olio vegetale, già che ci siete. E un uovo, signore care, e una spruzzatina di cannella e 185 millilitri di latte, non uno di più, non uno di meno. Se non possedete un KA, mi dispiace per voi, mescolate tutto finchè non diventa un bel viola. Sistemateli a modo nei loro pirrottini da plum cake. E infornate a 180 gradi. Son soddisfazioni. Lo ben si sa.
23 novembre 2006
Ci sono cose.

...che uno nella vita, almeno una volta, le deve provare. Non è la cannabis o il volo su aliante, o scapicollarsi giù da un ponte attaccati ad un elastico. Signori, è fare la pasta. La pasta all'uovo, nella fattispecie. E ora, vuoto il sacco. Non è mistero. Frequento da due settimane un corso di cucina. Niente di strano, se prendessi il brevetto da astronauta farebbe senz'altro più scalpore. Ma forse, lo scafandro del quale mi doterebbero non esalterebbe al meglio le mie grazie, così come fa il candido grembiulino che mi è stato regalato alla prima lezione. Che già, indossato che l'ebbi, mi sentii già cuoca. la prima lezione è scivolata via con scioltezza, antipasti. Eravamo concentrati e un pò impacciati. Trovarsi in un ambiente nuovo e con persone mai viste e così diverse tra loro non è mica cosa da tutti i giorni. Ci siamo invece rilassati ieri sera, seconda lezione inerente i primi. La classe è eterogenea. Che teniamo famiglia siamo solo in due, ma questo è un bel vantaggio. Abbiamo una dimestichezza da giocoliere a manovrare casseruole e padelle da comunità, non perchè prestiamo servizio in una mensa scolastica, bensì, la nostra batteria da cucina, vista la mole delle bocche da sfamare, è composta da tegami di siffatto calibro. i padellini, a casa nostra, mia e della mia Amica della Pastiera, sono banditi. L'età media è bassina, ci sono due coppie di fidanzati tenerissime, una ragazza treccioluta che ricorda Pocahontas, due giovanotti che sanno con precisione l'indice Dow Jones odierno dello scalogno, e il nonnino, che è un mito già di per sè. La moglie, pur di levarselo di torno, lo ha testè iscritto a un corso di cucina, di origami, di joga e di spagnolo, che le cose da sapere son tante, anche a una certa età. Siamo tutti a conoscenza dei suoi esami clinici, è tutto a posto, anche il colesterolo e i trigliceridi, che non andavano tanto bene, ma adesso che si tiene un pò, per fortuna vanno meglio. Che cosa si fa in simili sere. Si osserva molto, si chiacchiera un pò, si scoprono delizie che mai prima, piccoli trucchi e sottigliezze del mestiere. Chi è l'artefice di tanta grazia? Lei. La Maestra. A dispetto del nome maschile, è una ragazza, e non è una scusa inventata da noi sposatissime per non dare nell'occhio. Andrea è una femmina, una cuoca con fiocchi, controfiocchi, frizzi e lazzi che son un accento argentino che non guasta e che si fa perdonare anche i piccoli scivoloni sulla lingua italiana, ci accompagna in scioltezza attraverso questo affascinante viaggio. più che una Maestra, un corrazziere. Lei non mescola, gira. Tutt'al più, manteca. Quanto olio? Un giro. Quanta farina? Ad occhio. Per quanti minuti? Appena è dorato. Così, fa capire a chiare lettere che la cucina, lungi dall'essere una scienza esatta come molti vogliono farci credere è soprattutto fantasia. E arte. E garbo. E inventiva. E misura. E questo, signori carissimi, è veramente un lusso.
19 novembre 2006
La torta della domenica.

Non ci si lasci ingannare. La foto non è una ripresa aerea, non possiedo elicotteri, alla data. Non sono brava con le foto, non è una sorpresa per nessuno, suvvia, ho tante altre qualità, so fare a maglia, ricamo da paura vera, cucino benino per ora e splendidamente tra un pò, non sono nè da restaurare nè da abbattere, al momento, ho una discreta parlantina e so fare le bolle all'indentro con le Brooklyn. Non è mica poco. Ma veniamo alla torta. E' una ricetta che mi diede un'amica che non ho più. Per carità, è viva e vegeta, solo, ho cancellato il suo numero dal telefonino, e lei il mio dal suo. Vicende contorte. La torta in questione è stata realizzata dal forno di casa mia per il Capitano Stubing, allorquando riederà al desco famigliare stravolto dopo una regata. Eh sì, la questione procede, è proprio il caso di dirlo, a gonfie vele. Così, divagando ecco la ricetta in prosa della Torta del Capitano, che, si badi benissimo, non è un dentifricio. Si prendono due mele e si sbucciano, non le Fuji, che son così buone da sole, ma quelle gialline, che diventano rugose e tristi perchè nessuno le vuole. 3 uova. Un bel cucchiaio, magari Sabre France col quale dosare, con grazia infinita, 6 di zucchero e 9 di farina. Aggiungere una bustina di lievito e 1 etto scarso di burro fuso. Quando avrete tutto mescolato e disposto nella tortiera, abbiate l'accortezza di farcire qua e là, con la vostra marmellata preferita. Sarà una sorpresa da trovare, morso dopo morso. Il Capitano, gradirà.
16 novembre 2006
Scuola di cucina.

E sì, stavolta si fa sul serio. ma quale Sale e Pepe, ma quale raccolta di Repubblica, ma quale Cucina Italiana. Io divento scema a leggere le ricette, a meno che non mi siano scritte a penna, su un foglio a quadretti, da qualche amica. E poi, mai, mai, mai una misera volta che mi vengano identiche alla foto. Le mie sono sempre più piccole, o più grandi, o più pallide o più colorite. Così, ho preso la decisione, cara la mia signora, che quando uno decide di andare, si và, ribellandosi all'annosa domanda cosa faccio da mangiare, rifuggendo le scene di panico davanti a un frigorifero con l'eco o quasi, allontanandosi un pochino dall'universo del pettodipolloimpanato e della pastalragù, che mi vengono bene, c'è da dirlo, ho origine emiliane, non lo sapeva?, però, insomma, quando è troppo è troppo. Emozionata, un pochino, sì, lo ero sul serio, io non ho mai fatto un corso di cucina e lo consiglio a tutti, davvero. Ti si apre un mondo che non credevi, certo, cucinare ti deve piacere almeno un pò, ma è bello scoprire dei piccoli segreti, che il cavolfiore si bolle insieme al latte e la farina, così rimane bello immacolato e la portinaia, almeno, non si accorge che oggi lo cucino, perchè profumo non ne fa, ne avevamo già parlato, il cavolfiore, come il broccolo, del resto, ammorba. Ah, signora, signora, che grande soddisfazione ieri, a tagliare quel porro con un coltellaccio vero, di quelli che tagliano solo a guardarli, e a fare quel bel rumore sul tagliere, tac,tac,tac, come Vissani alla tv, ma imbroccando tutti i congiuntivi, però. Bello, le mostrerò le foto un giorno di questi. Adesso devo andare a fare quelle polpettine. Impanate nel couscous, l'ha mai fatto lei? Che cooooosa? Non sa cos'è il cous cous? Gentaglia.
14 novembre 2006
Progressi.
Lenti ma inesorabili. Tanto per cominciare, il pane prodotto dalla mia adorata Macchina del pane ha prodotto qualcosa di sempre più dissimile a un prodotto da fornace e sempre più vicino a un pane vero. Son soddisfazioni. Ho escogitato una serie di piccoli accorgimenti, non senza aver attinto al sapere delle amiche che da tempo immemore usano questa diabolica macchina. In primis, la farina che sembra una bazzecola, la farina sarà ben tutta uguale e invece no. Ho comprato una serie di farine alla Lidl, integrale, al farro, all'orzo e a non so cosa diavolo. Fatto sta che il pane che fa bella mostra di sè sulla tovaglietta della colazione, è il primo di una lunga serie di successi. Esso è gradevole alla vista, morbido, di un bel colore, non crudo e non bruciato, commestibile. Che è già un bel risultato. Certo, la famiglia non collabora. Annusano, guardano con sospetto, assaggiano un angolino manco avessero il dubbio che fosse un fungo allucinogeno, e poi lo lasciano lì. Ma è buono. Solo la Princi mi segue in questa strenua battaglia e ieri ha chiesto festosa se per caso non lo avessi acquistato dal panettiere, quel bel tronchettino marroncino. Mi adora, lo so. La faccenda le piace. Tanto che abbiamo dato un nome alla nostra macchina. E dato che noi e le gatte siamo già regine indiscusse di questa famiglia, la abbiamo chiamata con un nome maschile, che ci sembrava adatto. La nostra macchina si chiama Ubaldo. Primo caso di transgender fra gli impastatori. Ma tranquilli. Sciacquo il cestello quando in cucina non c'è nessuno, e in una vasca del lavandino dedicata solo a lui. Per tacitare anche la Gardini, che non ci perda il sonno. 08 novembre 2006
Mi dò all'edilizia.

Ancora non avevo dato l'annuncio ufficiale. Ebbene, sì, signori miei, da qualche giorno la scrivente possiede una macchina per fare il pane. Delirio. A nessuno della famiglia la notizia importa. Anzi, l'hanno trovata un'idea balzana. Guardano l'oggetto con disinteresse, scuotendo il capo e scommettono, quantificando gli utilizzi in un numero che non arriva ad avere due cifre. Che grandissime soddisfazioni sa dare la mia famiglia! Ma io, non mollo. E sono già al secondo esperimento. Devo dire che i miei co-inquilini, un pochino ragione ce l'hanno. I due prodotti sfornati, beh, non sono certo fragranti e appetitosi. Palliducci, tristanzuoli, duri, crudi, bruciacchiati e gommosi. Più che un pane, una sciagura. Dove sbaglio? Nel lievito? Nella farina? O forse ho proprio sbagliato alla fonte, sprecando i miei punti per l'acquisto, previo esborso di euro 34, della suddetta ? Resterà un mistero. Ma uno dei miei figlioli stasera, osservando con aria truce e vagamente divertita il ridicolo panino alla farina di Kamut che sono riuscita a portare trionfalmente in tavola, un'idea me l'ha data. Mattoni!! Come ho fatto a non pensarci prima. Ho anche sottomano un paio di indirizzi di costruttori...Almeno loro, da amici fraterni quali sono, non mi diranno di no. E io continuerò, felice, a sfornare i miei bei panetti. Facendo bene attenzione a non farmeli cadere su un piede. Costruttori ne conosco. Ortopedici, no.
La torta di Natalia.
Niente paura, non è la centesima ricetta di torta al cioccolato. Di fatti, la ricetta non la so. Questa torta è un regalo. E' una specie di plum cake sofficissimo e al cioccolato di cui mi ha fatto dono un'Amica che mi abita a 2 minuti scarsi a piedi, con la quale ridiamo molto, spettegoliamo molto, chiacchieriamo molto. La torta doveva servire per la colazione ma, nel rispetto degli sbrani della mia famelica famigliola, ora consta di un'unica, solinga fettina trasparente, lasciata nel piatto per decenza. Polverizzata. Urge nuova torta. Anche con vassoio usa e getta. Non siamo per le formalità.